Note a margine sul terremoto abruzzese
Il sei aprile 2009 un terremoto ha colpito la mia regione. Diversi sono i mesi trascorsi da quel giorno e solo ora provo a scrivere su quello che è successo e quello che succederà.
In questi mesi ho avuto tante conferme. I media, tradizionali e non, ormai hanno consolidato una fenomelogia nel trattare catastrofi di questo tipo riconducibile a tempi e modi di affrontare l’emergenza (nei commenti, nel tipo di immagini e suoni scelti, negli aggettivi usati, ecc) sempre uguali che si tratti di un alluvione in padania o un maremoto in Calabria.
Anche gli spettatori esterni della catastrofe hanno sviluppato una reazione all’emergenza più o meno stabile: una ratatouille ben assortita di compassione, solidarietà, indignazione, paura e menefreghismo sapientemente infarciti di tutti gli stereotipi che accompagnano l’Abruzzo
e gli Abruzzesi.
Non sto qui a giudicare e commentare più di tanto questi due aspetti, ne dovrei scrivere a kilometri. Un commento lo lascio citando due signori. Il primo è di Silone che a metà ’900, dopo uno dei tanti terromoti che hanno colpito la mia Terra, scriveva:
“Nel 1915 un violento terremoto aveva distrutto buona parte del nostro circondario e in trenta secondi ucciso circa trentamila persone. Quel che più mi sorprese fu di osservare con quanta naturalezza i paesani accettassero la tremenda catastrofe. In una contrada come la nostra, in cui tante ingiustizie rimanevano impunite, la frequenza dei terremoti appariva un fatto talmente plausibile da non richiedere ulteriori spiegazioni. C’era anzi da stupirsi che i terremoti non capitassero più spesso. Nel terremoto morivano infatti ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi.
Nel terremoto la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l’uguaglianza. Uguaglianza effimera. Passata la paura, la disgrazia collettiva si trasformava in occasione di più larghe ingiustizie.
Non è dunque da stupire se quello che avvenne dopo il terremoto, e cioè la ricostruzione edilizia per opera dello Stato, a causa del modo come fu effettuata, dei numerosi brogli frodi furti camorre truffe malversazioni d’ogni specie cui diede luogo, apparve alla povera gente una calamità assai più penosa del cataclisma naturale. A quel tempo risale l’origine della convinzione popolare che, se l’umanità una buona volta dovrà rimetterci la pelle, non sarà in un terremoto o in una guerra, ma in un dopo-terremoto o in un dopo-guerra.”
E l’altro, più recente, del giornalista Paolo Rumiz che tra gli appunti di un suo viaggi lungo l’Appenino scrive questo in una delle sue tappe abruzzesi:
“[..]Andrea è stupefatto da questo mondo minore, non ha mai avuto così chiara l’immagine di un’Italia arcipelago di meraviglie ignorate. Seduti al bar, in piazza, con davanti un chinotto fresco, ci chiediamo che ne sappiamo, noi del Nord, di questi mondi. La risposta è: niente. E’ più facile che un lombardo conosca l’Indonesia che l’Abruzzo. Nei giornali e in tv le Marche, l’Abruzzo, il Molise e la Basilicata non fanno notizia. Le terre di mezzo non esistono, emergono solo con i delitti (e con le catastrofi aggiungo io). L’Italia è meno unita, meno patria di trent’anni fa.[..]“
E ne aggiugo un altro, questo però di diverso tipo: tra le tante “iniziative di solidarietà” ce n’è una che sfugge da questa etichetta. E’ stata concepita “dal basso” da un gruppo di amici, non abruzzesi, che amano veramente la mia Regione e che hanno cercato di dare il loro aiuto nel modo più sincero, vero e spontaneo possibile.
La festa contro tutte le paure from casalini maurizio on Vimeo.
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